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Don Salvatore e i rifugiati albanesi in Italia Dr. Lazër Radi

Gazeta

Lazer Radi 1916-1998
Dr. Lazer Radi 1916-1998

Don Salvatore Ferdinando

e i rifugiati albanesi in Italia

Dr. Lazër Radi

Frammenti dall’anima candida di un prete

Il primo viaggio per Terni l’ho fatto col treno.
Non avrei creduto mai che una via ferroviaria potesse essere così bella e interessante. Certamente, essa passa su un terreno montagnoso, perché in 120 chilometri di strada abbiamo dovuto attraversare più di quindici tunnel. Ogni volta che uscivamo alla luce, i nostri occhi si adagiavano riposanti su una verdura perenne ed una varietà di colori graziosissimi. Ci sembrava come se scivolassimo tra montagna e la pianura. Sotto la via ferroviaria, nella pianura serpeggiavano i fiumi ed i serpeggiavano torrenti portanti acqua azzurra… Per lo sguardo di quello che vuol guardare non ci sono ostacoli. La magia del verde assorbe la vista verso le alture montagnose fino all’abbraccio con il cielo. La terra del Umbria sembra nata solo nell’apoteosi del verde. In nessun posto un pezzetto vuoto, in nessun posto una catena montagnosa di pietra: il verde in questo paese ha la sua ultima parola…
Il bel paesaggio, il cambiamento incessante degli scenari della natura di questa terra sembra rubarti il tempo e tu rimani stupito quando ti affermano che sei arrivato alla stazione di Terni. Appena esci da questa piccola e simpatica stazione, prendi l’autobus numero sei e vai alla Rocca San Zenone, per incontrare una parte dei profughi albanesi.
L’autobus si ferma davanti alla chiesa di San Zenone. Siamo scesi. Dietro la chiesa, al tallone di una morbida collina s’innalzano degli eleganti parafabbricati. In queste casette, il Parroco della chiesa ha sistemato i profughi albanesi. Era come una specie di foresteria dove si prestavano i primi soccorsi fino alla sistemazione definitiva del profugo. Il Parroco li aveva sotto il suo patrocinio e s’interessava della vita e del loro lavoro.
Questo Parroco era Don Salvatore Ferdinando.
Prete, di un aspetto molto dolce, con un sorriso perenne sulle labbra, che ti obbligava a diventare amico e fratello all’istante. In quello sguardo ed in quel sorriso sembrava come se si sciogliesse la sua autorità di Parroco e la sua autorità di Presidente della Caritas per la città di Terni.
Lo vidi un giorno celebrare la messa. Sull’altare mi sembrò la statua di un santo. Veramente era etereo. Qualche volta mi sembrava un’ombra scesa dal cielo oppure come un vapore emanato dalla terra. Era una personificazione meravigliosa tra uomo-santo e santo-uomo…

Lazri me Don Salvatore - Terni 1991
Lazri me Don Salvatore – Terni 1991

Molti hanno delle funzioni nella società. Queste funzioni uno le compie bene; un altro meglio ed un terzo le compie in modo perfetto. Dentro il confine della loro amministrazione sono corretti. Forse, proprio questa correttezza la gente chiede a quelli che dirigono le loro sorti e il loro lavoro. Però, quando a tutto questo buon lavoro in tutte le direzioni si aggiungono anche la passione e l’amore per ciò che si fa, allora questo assume un altro carattere: uno che lavora così diventa missionario. Don Salvatore Ferdinando era un missionario, nel vero senso della parola. Fra quelle centinaia di profughi albanesi egli non aveva delle preferenze: per lui erano uomini che per ragioni superiori avevano abbandonato il loro paese per trovare appoggio ed aiuto in un paese straniero. Non voleva saper se si chiamava Luigi o Mehmet, né se Enrico o Vangel, per lui questi erano uomini e come tali si dovevano trattare, rispettare ed aiutare. Al centro della sua attenzione c’era l’amore. Salvatore, senza conoscere l’Albania amava la Terra delle aquile, senza conoscere i profughi amava i profughi albanesi.
Era un periodo difficile per i profughi albanesi in Italia.
C’era un gran numero di loro sparsi per tutto lo Stivale. Ci voleva un ordine, un criterio per la loro sistemazione. La legge Martelli minacciava quelli che non potevano godere lo “status del profugo”, e quelli che non avevano un rapporto di lavoro. I profughi albanesi di Don Salvatore facevano parte di tutte e tre queste categorie. C’erano quelli ai quali era riconosciuto lo “status”, altri che si avevano un regolare rapporto di lavoro. Però… la maggior parte di loro non era ancora sistemata. Questa era la preoccupazione inconsolabile del Don Salvatore. Soltanto in queste occasioni lo potevi trovare depresso, gli si spegneva il sorriso nel volto ed una disperazione lo avvolgeva interamente. Il solo pensiero che qualcuno dei suoi rifugiati potesse essere espulso dalla sua diocesi lo terrificava. In qualsiasi momento della giornata o della notte lo cercassi, lo potevi trovare alla sua scrivania con le cartelle dei profughi davanti. Chi era senza lavoro? Chi era minacciato di essere espulso? C’erano ancora dieci persone da sistemare. Allora si attaccava al telefono e con le liste delle imprese di Terni davanti proponeva loro le forze lavoratrici di cui disponeva. Quando non riusciva a trovare un lavoro a qualcuno, allora, all’indomani prendeva il machina e andava alla stazione radio della città e faceva degli annunci per domandi di lavoro dei i suoi assistititi.
Soltanto quando riceveva una risposta positiva il sorriso gli ritornava sul viso, però anche in queste occasioni era riservato, mi diceva:
-Non mi rallegro tanto per le parole promettenti. Gioirò soltanto quando li vedrò sistemati definitivamente al lavoro. Mi è capitato spesso che un imprenditore mi ha mancato di parola…
Tutti i mezzi di comunicazione di cui disponeva erano a disposizione dei profughi. Personalmente li prendeva e li accompagnava alla Questura e si allontanava finché terminava la documentazione per il lavoro e l’abitazione. Una speciale preoccupazione aveva per i profughi con famiglia. Non disponendo di niente, queste famiglie, con il suo intervento, arrivavano ad aver l’alloggio completo di tutti i modesti conforti, senza spendere una lira.
Di grande aiuto sia per Don Salvatore sia per i profughi albanesi di Terni, era la presenza dell’accuratissimo suo vice il sig. Lamberto Damiani. Era rappresentante della famosa ditta “Scavolini”. Un giorno vidi Lamberto un po’ imbronciato. Li chiesi il perché: mi rispose che il suo imprenditore l’aveva chiamato e gli aveva affermato che si occupava troppo col gli albanesi, mentre gli affari della ditta erano calati di molto. In queste condizioni la ditta l’aveva messo di fronte alla scelta: o con gli albanesi, o con la “Scavolini”. Sebbene avesse una paga assai cospicua dalla sua ditta, preferì dare le dimissioni e non abbandonare, ma no gli albanesi…
Queste due persone mi fanno credere che il mondo d’oggi non è soltanto materialismo, consumismo, individualismo ed egoismo. Esiste ancora un’altra forza che spinge l’uomo verso i vertice dell’onestà. Queste forze esistono. Bisogna trovarle e metterle in atto. Soltanto lavorando in questo senso potremo trovare la via dell’unità nazionale, la via della comprensione interalbanese – elemento così necessario per trovarli sulla strada dell’Europa Unità.
Non ho parlato senza un motivo di Don Salvatore, egli, infatti, senza volerlo é diventato un simbolo d’unità per tutti noi. Gli uomini come Don Salvatore Ferdinando, Parroco della chiesa San Zenone e Presidente della Caritas della città di Terni, sono degli esempi per tutti ed è proprio per questo che ho voluto ricordare. Salvatore, sebbene prete e cattolico, non dava nessun’importanza all’appartenenza religiosa (direi neanche politica), ma soltanto alla formazione (uomo). All’uomo che è la base di tutte le società, di tutte le collettività, e perciò di tutte le nazioni.
Tirana luglio 1991

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Jozef Radi

Redaktor i Radi & Radi

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